Italiani a Kabul

Su Afghanistan, Iran e Kosovo, dopo i due anni di ambiguità dalemiane, il governo Berlusconi ritorna nell’avanguardia della politica estera dell’Unione europea. Ieri il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha comunicato ai partner europei e transatlantici la nuova dottrina dell’Italia, in linea con quella delle grandi potenze.
27 MAG 08
Ultimo aggiornamento: 19:34 | 13 AGO 20
Immagine di Italiani a Kabul
Bruxelles. Su Afghanistan, Iran e Kosovo, dopo i due anni di ambiguità dalemiane, il governo Berlusconi ritorna nell’avanguardia della politica estera dell’Unione europea. Ieri il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha comunicato ai partner europei e transatlantici la nuova dottrina dell’Italia, in linea con quella delle grandi potenze. Nel conflitto afghano, il contingente italiano beneficerà di maggiore “flessibilità geografica”, ha annunciato Frattini, prima di incontrare il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer. “Cambia la forma che è sostanza”: attraverso caveat e regole di ingaggio più flessibili, i soldati italiani potranno partecipare “temporaneamente” a missioni militari nel sud del paese, in appoggio a americani, britannici, canadesi e olandesi. “Modifichiamo i tempi” per la decisione politica di intervenire al fianco degli alleati, riducendoli da 72 a 6 ore, ha spiegato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa: “Vogliamo far sì che la mancanza di flessibilità che ci viene attribuita venga rimossa per garantire più credibilità ai nostri soldati”. Per Frattini, si tratta di “allineare l’Italia agli altri grandi partner della Nato”, come la Francia, che all’ultimo vertice dell’Alleanza atlantica ha promesso mille soldati in più per combattere al Qaida e talebani in Afghanistan. L’Italia non manderà altri uomini, perché già ora “l’impegno è grande”. Ma “gli italiani non staranno nelle retrovie”, devono essere trattati “al pari dei canadesi”, perché “non riteniamo giusto che il nostro impegno sia offuscato dal dubbio su di noi”, ha detto Frattini, preannunciando che, dopo un passaggio parlamentare, la decisione potrebbe essere formalizzata per la fine di giugno.
Sul nucleare iraniano, rispondendo alle domande del Foglio, Frattini ha ribadito “l’allineamento alle posizioni” della fermezza di Londra, Parigi e Berlino, nonostante le velate minacce che da giorni Teheran indirizza a Roma. “Ci aspetteremmo reazioni logiche dai paesi europei, e specialmente da amici come l’Italia”, ha detto ieri il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Mohammad Ali Hosseini, che già la scorsa settimana aveva chiesto una posizione “più realistica”, dopo l’annuncio di Frattini della rottura con la cordialità dalemiana. “Ne prendo atto”, ha detto Frattini, ma “convintamente mi allineo ai partner europei”. Con la fine del veto italiano alle sanzioni finanziarie contro la principale banca commerciale della Repubblica islamica, la Melli Bank, l’Ue può finalmente accelerare l’adozione di misure punitive che vadano oltre quelle decise a marzo dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Esattamente, come avevano chiesto il presidente francese, Nicolas Sarkozy, e il premier britannico, Gordon Brown. Prima, però, i Ventisette vogliono presentare all’Iran un nuovo pacchetto di incentivi politici e economici per convincerlo a sospendere l’arricchimento dell’uranio. L’alto rappresentante per la politica estera, Javier Solana, è ancora in attesa di conoscere da Teheran le “date precise” per recarsi in Iran, “ma spero sia presto”. Temendo la solita tattica dei rinvii iraniani, Frattini ha spiegato a Solana che “può contare sulla posizione italiana”. Sul dossier Kosovo, per superare il veto russo e le esitazioni del segretario generale Ban Ki-moon sulla transizione dalla missione Onu (Unmik) a quella europea (Eulex), il ministro degli Esteri punta a una soluzione creativa: “Stiamo ragionando” a uno “statement” del presidente del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Il potere sempre più soft dell’Ue
Se l’Italia è tornata nel gruppo di chi fa la politica estera europea, l’Ue è lungi dall’avere una credibile capacità di intervento nel mondo. Secondo un rapporto del Center for Strategic and International Studies di Washington, gli impegni militari globali degli europei rischiano di essere compromessi dal basso livello di spesa nel settore della difesa. Dal 2001 al 2006, la presenza dell’Ue nelle missioni internazionali è passata da 65 a 80 mila uomini, ma nello stesso periodo la spesa militare della maggior parte dei paesi europei è stata “negativa o appena positiva”. Le altre priorità di bilancio – dall’invecchiamento della popolazione alla sicurezza interna – hanno spinto Germania e Svezia a tagliare i bilanci della difesa. L’Italia investe soltanto l’1,47 per cento del pil, contro più del 3 per cento di Francia, Regno Unito e Spagna. Anche se i paesi della Nuova Europa stanno rafforzando le loro capacità, il think tank ritiene che il “soft power” europeo stia diventando troppo soft. Ieri, i ministri della Difesa dell’Ue hanno deciso di raddoppiare la loro missione di polizia in Afghanistan e di lanciare un nuovo programma di investimenti comuni nella ricerca militare avanzata. Ma occorrerà attendere la presidenza francese dell’Ue, quando Sarkozy chiederà ai partner – in particolare a Regno Unito, Germania, Italia, Spagna e Polonia – di rafforzare la Difesa europea, per testare la reale volontà di potenza degli europei.